Il raggio di piega non è un dettaglio estetico: sbagliarlo vuol dire cricche superficiali, ritorno elastico fuori tolleranza e pezzi da rilavorare.
Una staffa in alluminio che si crepa sulla piega
Un cliente porta in ufficio tecnico una staffa in alluminio 5754, spessore 2 mm, piegata a 90 gradi. Sul dorso della piega, dove il materiale è più teso, si vede una microcricca lunga pochi millimetri. Il disegno originale specificava un raggio interno di 1 mm: troppo stretto per quello spessore e quella lega.
Il problema non è il macchinario né l'operatore. È il disegno: il raggio minimo di piega non è un parametro a piacere, dipende da spessore, materiale e direzione di laminazione della lamiera.
Come si stima il raggio minimo
Per un acciaio dolce (S235, DC01) il raggio minimo interno di piega è circa pari allo spessore del materiale: per una lamiera da 2 mm, R min ≈ 2 mm. Per un acciaio inox austenitico o un alluminio serie 5000/6000, il rapporto sale a 1,5-2 volte lo spessore, perché la fibra esterna si allunga di più prima di rompersi.
C'è una variabile che spesso finisce ignorata: la direzione di laminazione. Le lamiere vengono prodotte a rullo, e le fibre del materiale si orientano lungo il senso di laminazione. Se la linea di piega è parallela a quelle fibre, il rischio di cricca aumenta rispetto a una piega perpendicolare. Su pezzi con più pieghe in direzioni diverse, conviene ruotare il nesting del taglio laser di 45 gradi rispetto al foglio, così nessuna piega risulta perfettamente parallela alla laminazione.
- Acciaio dolce: R min ≈ 1× spessore
- Acciaio inox: R min ≈ 1-1,5× spessore
- Alluminio serie 5000/6000: R min ≈ 1,5-2× spessore
- Piega parallela alla laminazione: aumentare il raggio di sicurezza
Il ritorno elastico che sposta l'angolo
Anche con il raggio giusto, la lamiera piegata non resta esattamente all'angolo impostato dallo stampo: torna indietro di qualche grado per effetto elastico. Su un acciaio dolce lo scarto è contenuto, un paio di gradi; su un inox o su un alluminio ad alto snervamento può arrivare a 5-8 gradi.
In pressopiegatura si compensa sovra-piegando lo stampo, ma in fase di progetto serve prevedere il fenomeno nel calcolo dello sviluppo, altrimenti il pezzo arriva in collaudo con quote fuori tolleranza e il primo lotto va rilavorato o scartato.
Sviluppo lamiera: bend allowance e k-factor
Lo sviluppo (il flat pattern da tagliare) si calcola sommando i tratti piani e la 'bend allowance', la lunghezza di materiale che la piega consuma. La formula pratica è BA = angolo × (R + K × spessore) × π/180, dove K è il k-factor: indica dove si trova la fibra neutra rispetto allo spessore, e varia tipicamente tra 0,33 e 0,5 a seconda del rapporto raggio/spessore e del processo di piegatura.
Un k-factor sbagliato di 0,1 su una lamiera da 3 mm con più pieghe può facilmente spostare lo sviluppo di 1-2 mm sulla lunghezza finale del pezzo: abbastanza per far collidere una staffa con il componente a cui deve accoppiarsi. I software CAD per lamiera (SOLIDWORKS Sheet Metal, Inventor) calcolano lo sviluppo automaticamente, ma solo se il k-factor impostato corrisponde al materiale e al processo reali, non al valore di default.
Dove nasce davvero il problema
La maggior parte delle cricche e dei fuori tolleranza su lamiera non nasce in officina, ma al tavolo da disegno: un raggio copiato da un altro progetto, un k-factor lasciato di default, una piega disegnata senza pensare al verso della laminazione. Per una carpenteria di piccola serie in Campania, dove i lotti sono spesso da poche decine di pezzi, un errore di questo tipo si paga subito, senza il cuscinetto di un grande volume su cui ammortizzare lo scarto.
Su progetti in lamiera per staffe, carter e strutture di supporto, verificare raggio minimo, k-factor e sviluppo prima del taglio laser è quello che distingue un disegno pronto per la produzione da uno che torna indietro dall'officina.

